Dr. Ivo Pulcini

Dr. Ivo Pulcini

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Ci sono due tipi di disturbi: funzionali e organici.

Sono esperto in quelli funzionali, POSTURALI, come il mal di schiena e li risolvo in 4 sedute con la Medicina Manuale, un atto medico di diagnosi e terapia.

14/08/2026

VILLA PULCINI, FERRAGOSTO 2026: QUANDO IL CUORE PARLA

Ieri sera, nella piazza di Villa Pulcini, eravamo circa trecento.

Trecento compaesani riuniti attorno alla nostra tradizionale cena di Ferragosto, sotto lo sguardo della Madonna Assunta, in una serata che difficilmente dimenticherò.

Ho iniziato dicendo una cosa semplice:

quando parla il cuore, a volte le parole non servono.

Ma una parola ieri sera era necessaria.

GRAZIE.

Grazie per l’accoglienza così calorosa dopo tanti anni di assenza.

Grazie a tutta l’Associazione Villa Pulcini e al suo presidente, dott. Adriano Rapiti, per l’impegno, la passione e la capacità di tenere viva una tradizione che appartiene a tutti noi.

E un applauso speciale voglio dedicarlo ai giovani.

Ragazze e ragazzi che hanno lavorato, collaborato, servito ai tavoli con disponibilità, educazione e sorriso.

Vederli così presenti, partecipi e generosi è forse stata l’immagine più bella della serata.

Perché quando i giovani si prendono cura delle proprie radici, un paese può guardare al futuro con fiducia.

Ieri sera non ho parlato come medico, come professore o come professionista.

Ho parlato come quel bambino che tanti anni fa uscì da una grotta di Villa Pulcini senza scarpe, ma con addosso sogni che nessuno avrebbe potuto rubargli.

E guardando quella piazza ho pensato che, in fondo, eravamo in tanti ad essere tornati bambini.

Molti di noi sono partiti da qui, hanno studiato, lavorato, costruito famiglie, inseguito sogni, conosciuto altri luoghi e altre vite.

Qualcuno quei sogni li ha realizzati.

Ma la cosa più bella è scoprire che, nonostante tutto ciò che la vita ci ha regalato, non abbiamo dimenticato da dove siamo partiti.

Perché Ferragosto, per noi, non è soltanto una festa.

È il giorno della Madonna Assunta, alla quale le nostre famiglie hanno affidato per generazioni speranze, paure, sacrifici, gioie e dolori.

Ma è anche il giorno del ritorno.

In fondo siamo un po’ come agnelli che tornano all’ovile… o, permettetemi ancora il sorriso, come pulcini che tornano sotto la chioccia.

La vita ci porta lontano.

Qualcuno rimane, qualcuno parte, qualcuno ritorna soltanto per pochi giorni.

Eppure basta rivedere queste case, queste montagne, questa piazza e certi volti per capire che una parte di noi non se n’è mai andata.

Qui ci sono le nostre radici.

Qui hanno camminato i nostri genitori e i nostri nonni.

Qui abbiamo imparato il valore della famiglia, del lavoro, della parola data, dell’amicizia e dell’aiuto reciproco.

E ieri sera il pensiero è andato inevitabilmente anche a chi non poteva essere con noi.

A chi è lontano.

E soprattutto a chi ci ha lasciato.

Forse, chiudendo per un istante gli occhi, ciascuno di noi avrebbe potuto rivedere qualcuno seduto ancora a quei tavoli.

Una madre.

Un padre.

Un nonno.

Un fratello.

Un amico.

Perché le persone che abbiamo amato non se ne vanno davvero finché continuiamo a ricordarle, raccontarle e vivere secondo ciò che ci hanno insegnato.

Questa è la forza di un piccolo paese:

qui nessuno è soltanto un nome.
Ognuno è una storia.

E tutte le nostre storie, messe insieme, diventano la storia di Villa Pulcini.

Nella vita si può andare molto lontano.

Si possono raggiungere traguardi, conoscere persone importanti, attraversare città e Paesi.

Poi, con il passare degli anni, si comprende una verità semplicissima:

non conta soltanto dove siamo arrivati.
Conta soprattutto non dimenticare mai da dove siamo partiti.

E io so da dove sono partito.

Da qui.

Da Villa Pulcini.

Da questa terra.

Da questa gente.

Da valori semplici che, proprio vivendo lontano, ho imparato a considerare immensi.

Ieri sera ho sentito anche un altro desiderio.

Che questa festa possa aiutarci ad avvicinarci.

A superare qualche incomprensione.

A stringere una mano che forse non stringiamo da tempo.

A regalarci un sorriso.

Perché la vita passa velocemente.

E alla fine non ricorderemo chi aveva ragione e chi aveva torto.

Ricorderemo chi ci ha voluto bene.

Teniamoci allora stretta Villa Pulcini.
Anvhe per questo sono felice che il locale che ho messo a disposizione in comodato d’uso dell’Associazione Villa Pulcini, proprio qui in piazza, possa essere una piccola casa comune per chi lavora con passione per il futuro del nostro paese.

Portiamo qui i nostri nipoti.

Facciamo conoscere loro le storie, i nomi e i sacrifici di chi ci ha preceduto.

Perché un paese non muore quando si spengono le luci delle case.

Un paese muore quando nessuno ricorda più di accenderle.

Ieri sera, guardando quella piazza piena e soprattutto guardando tanti giovani impegnati con entusiasmo, ho avuto una certezza:

a Villa Pulcini quelle luci sono ancora accese.

E dobbiamo fare di tutto perché continuino a brillare.

Grazie ancora all’Associazione Villa Pulcini, al presidente Adriano Rapiti, a tutti i collaboratori, alle ragazze e ai ragazzi e a ciascuna delle persone presenti.

Ma permettetemi un ultimo grazie.

Grazie alla mia terra.

Perché, dopo tanti anni e tanta strada percorsa, sa ancora farmi tornare quel bambino senza scarpe che guardava lontano e sognava.

Che la Madonna Assunta protegga Villa Pulcini, le nostre famiglie, chi è qui, chi è lontano e chi continua a vivere nei nostri ricordi.

E che ci conceda ancora per molti anni la gioia di ritrovarci insieme, magari con qualche ruga e qualche capello bianco in più…

ma sempre con lo stesso orgoglio,
lo stesso affetto
e soprattutto lo stesso cuore.

Viva la Madonna Assunta.
Viva Villa Pulcini.
E viva il bene che ci unisce.

Ivo Pulcini

14/08/2026

IL CAPPUCCINO: PIACERE, ABITUDINE… MA NON PER TUTTI

Il cappuccino è uno dei piccoli piaceri della nostra tradizione e, per molte persone, rappresenta un modo piacevole per iniziare la giornata.

Dal punto di vista digestivo, però, non tutti lo tollerano allo stesso modo.

Il caffè può aumentare, nei soggetti predisposti, la secrezione gastrica e favorire bruciore o reflusso. Il latte, invece, può risultare più difficile da digerire in chi presenta intolleranza al lattosio o particolare sensibilità ai grassi e alle proteine del latte.

Il problema, quindi, non è tanto che “caffè e latte non vadano d’accordo”, quanto piuttosto la risposta individuale dell’apparato digerente.

Anche la preparazione conta: un latte eccessivamente surriscaldato può perdere parte delle sue caratteristiche organolettiche e rendere il cappuccino meno gradevole. Meglio una schiuma cremosa, ottenuta senza portare il latte a temperature eccessive.

Il mio consiglio è semplice:
ascoltare il proprio stomaco.

Se dopo il cappuccino compaiono pesantezza, gonfiore, acidità o reflusso, può essere utile ridurne la quantità, scegliere latte delattosato o a minor contenuto di grassi, oppure preferire semplicemente un buon caffè.

Perché anche nell’alimentazione vale una regola che ho sempre considerato fondamentale:

non esistono alimenti buoni o cattivi in assoluto. Esistono quantità, abitudini e soprattutto persone diverse.

Ivo Pulcini

13/08/2026

Con l’Acqua di Cottorella ho un legame che viene da lontano. Ho avuto anche la soddisfazione di contribuire, tanti anni fa, al percorso che portò al suo imbottigliamento e da medico dello sport ne ho sempre apprezzato le caratteristiche, soprattutto nell’ambito di una corretta idratazione dell’atleta.

Nel gennaio del 1986 la portai con noi addirittura in Mozambico, con la Nazionale italiana di hockey pista. Il clima era molto diverso dal nostro e l’adattamento rappresentava una parte importante della preparazione. Feci persino arrabbiare qualche giocatore facendo spegnere l’aria condizionata nelle camere, perché ritenevo necessario favorire un più rapido adattamento dell’organismo alle condizioni ambientali. Alla fine vincemmo il torneo, e anche quella bottiglia d’acqua diventò, per me, parte di un bellissimo ricordo sportivo.

Per questo condivido particolarmente il messaggio rivolto oggi ai giovani: imparare a conoscere, rispettare e proteggere l’acqua significa educarsi alla salute, allo sport e alla responsabilità verso il futuro.

L’acqua non è soltanto qualcosa che disseta: è vita, salute e cultura.

💧 𝗚𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝘁𝗮 𝗜𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗚𝗶𝗼𝘃𝗲𝗻𝘁𝘂̀ 🧑👱‍♀️👱🧑‍🦱

Il futuro nasce dalle scelte che facciamo oggi e sono proprio i giovani, con le loro idee, la loro energia e il loro desiderio di cambiamento, a darci la direzione.

In questa Giornata Internazionale della Gioventù, Acqua di Cottorella vuole celebrare le nuove generazioni e il loro rapporto con un bene prezioso come l’acqua: 𝘂𝗻𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗼𝗿𝘀𝗮 𝗱𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗲𝗿𝗲, 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗲 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝗴𝗴𝗲𝗿𝗲 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗼.

Perché prendersi cura dell’acqua significa anche prendersi cura del futuro. 💙
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10/08/2026

Il più bel regalo di Ferragosto. Amici scopritelo insieme a me. Auguri affettuosi a tutti.

IVO, AMIGO PARA SIEMPRE

Il racconto di Gianni Massari e quella Madonna apparsa in Brasile

Caro Ivo,

ciò che hai scritto è tutto vero.

Ma credo che, dopo quarant’anni, sia arrivato il momento di raccontare qualcosa in più.

Perché ciò che vivemmo in Brasile nel 1986, durante il Campionato del Mondo, non appartiene soltanto alla storia dello sport. Almeno per me, appartiene a quella parte più intima e misteriosa della vita che ciascuno custodisce nel cuore e alla quale, forse, non è nemmeno necessario dare una spiegazione.

È una storia che riguarda la Nazionale italiana di hockey pista, una vittoria mondiale, due amici e un’immagine della Madonna che, da allora, non mi ha più abbandonato: Nossa Senhora Aparecida, Patrona del Brasile.

Ed è anche la storia di un'amicizia che proprio in quei giorni divenne ancora più profonda.

Il nostro primo incontro

Io e te ci conoscemmo il 14 luglio 1981 a Santa Clara, in California, durante i World Games.

Eravamo davanti ai tavoli del self-service: tu medico al seguito di un’altra disciplina, io Commissario Tecnico della Nazionale italiana di hockey pista.

Nei giorni successivi cominciai a conoscerti meglio.

Ricordo soprattutto una tua caratteristica: riuscivi a sorridere e a far sorridere gli altri anche nei momenti di tensione. Raccontavi barzellette persino mentre aspettavamo in fila per mangiare e riuscivi a coinvolgere anche tecnici e atleti stranieri, adattando e traducendo battute e concetti nelle varie lingue.

Dietro quel sorriso avevo però intuito anche un'altra qualità, per me preziosissima nello sport: la capacità di capire le persone, di entrare nella psicologia degli atleti e, soprattutto, di creare un gruppo.

Per questo chiesi alla Federazione che fossi tu il medico delle mie Nazionali maschili.

Da allora arrivarono anni straordinari: i World Games di Londra nel 1985, Maputo in Mozambico nel 1986, il Campionato del Mondo di Sertãozinho in Brasile nello stesso anno, il Mondiale di La Coruña del 1988 e otto titoli europei.

I giocatori arrivarono a chiamarti “l’undicesimo giocatore”.

Per un medico, credo fosse uno dei riconoscimenti più belli: significava che non eri soltanto quello che curava il loro corpo, ma eri diventato parte della squadra.

Ancora oggi penso che, se fossi stato con noi, anziché a Leonessa come primo degli eletti, anche alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, forse avresti saputo frenare quell’euforia che ci prese dopo essere arrivati primi nel girone davanti all’Argentina. Conoscendoti, forse quella medaglia di bronzo avrebbe potuto essere persino qualcosa di più.

Ma torniamo al Brasile.

Perché è lì che comincia una storia che ancora oggi, dopo quarant’anni, faccio fatica a raccontare senza emozionarmi.

Una Madonna dietro una tenda

Appena arrivati a Rio de Janeiro alloggiammo al Park Hotel.

Ti chiesi di prestare particolare attenzione ai giocatori perché dovevo assentarmi per circa un’ora: un mio conterraneo che viveva in Brasile desiderava salutarmi.

Durante il tragitto gli confidai un desiderio: vedere il Maracanã, il tempio del calcio brasiliano, lo stadio di Pelé.

Mi accompagnò.

Il custode, inizialmente, non voleva lasciarmi entrare. Alla fine riuscii a convincerlo e potei visitare l’impianto.

Arrivammo agli spogliatoi.

Accanto a uno di essi vidi un piccolo locale sulla cui porta era scritto semplicemente:

PELÉ.

Chiesi di poter entrare.

Anche in quel caso il custode esitò: mi spiegò che sarebbe stata necessaria l’autorizzazione del campione. Alla fine acconsentì, purché facessi in fretta.

Entrai.

Sulle pareti c’erano fotografie di Pelé durante le partite. Poi notai, in un angolo, una tenda verde scuro.

Ero solo.

La spostai.

Dietro quella tenda, su una mensola posta a circa un metro e mezzo da terra, c’era una piccola statua della Madonna, alta forse trenta centimetri, avvolta in un drappo dai colori verde e oro.

Mi fermai.

Non sapevo ancora chi fosse.

Recitai un’Ave Maria e, quasi istintivamente, Le chiesi di accompagnarci e di aiutarci in quel Campionato del Mondo.

Solo dopo avrei scoperto il suo nome:

Nossa Senhora Aparecida, Padroeira do Brasil.

Da quel momento quell’immagine rimase dentro di me.

IL CANESTRO IMPOSSIBLE

Il giorno seguente ci trasferimmo a Santos, dove restammo cinque giorni per allenarci e adattarci al fuso orario.

Ogni mattina, appena sveglio, il mio pensiero tornava a quella Madonna vista dietro la tenda nello spogliatoio di Pelé.

L’ultimo giorno, durante l’allenamento del mattino, concessi ai giocatori una ventina di minuti di pallacanestro, cinque contro cinque, in una metà campo.

Io mi trovavo fuori dal terreno di gioco, oltre la linea di metà campo, vicino alla recinzione. Avevo davanti un tavolo con i miei appunti tecnici.

I ragazzi scherzavano.

Uno di loro, nonostante numerosi tentativi, non riusciva proprio a fare canestro.

Io ridevo.

A un certo punto, forse esasperato dalle mie risate, prese il pallone e lo fece rotolare verso di me.

La distanza dal canestro era enorme, oltre venti metri.

Mi disse:

“Va bene, mister. Io non sono capace. Adesso facci vedere tu cosa sai fare.”

Tutti si fermarono.

Mi guardarono.

Avevo due possibilità: rifiutare oppure provare.

Decisi di provare.

Presi il pallone.

Non utilizzai nemmeno il gesto classico del basket. Portai le mani molto in basso, quasi all’altezza delle caviglie.

In quell’istante pensai alla Madonna del Maracanã.

Dentro di me Le chiesi una cosa semplicissima e, insieme, f***e:

“Se dobbiamo vincere questo Mondiale, dammi un segno.”

Lanciai il pallone con tutta la forza che avevo.

La traiettoria si alzò incredibilmente.

Per alcuni secondi restammo tutti con il naso all’insù.

Poi il pallone scese.

E attraversò il canestro senza nemmeno toccare il ferro.

Silenzio.

Poi i ragazzi si lasciarono cadere a terra tra urla, risate e incredulità.

Io non avevo mai giocato a basket.

Ero a più di venti metri dal canestro.

Ancora oggi quell’episodio può essere ricordato da chi era presente: Girardelli, Crudeli, Marzella, Colamaria, Cupisti, Milani, Mariotti, Parasucco, Bernardini e gli altri componenti dello staff.

Per tutti fu un tiro incredibile.

Per me, invece, ebbe da quel momento un significato molto più profondo.

SERTÃOZINHO - RIBERAÕ PRETO

Terminata la preparazione a Santos, partimmo in autobus per Sertãozinho, nell’entroterra brasiliano.

Cinque ore di viaggio.

Alloggiammo in un albergo di dieci piani. Scelsi la camera 1001, abbastanza grande da permetterci di svolgere anche le riunioni tecniche con la squadra.

Mancavano tre giorni all’inizio del Mondiale.

Furono giornate di lavoro intenso.

Chiesi ai giocatori persino di esercitarsi davanti agli specchi nelle loro camere per correggere piccoli errori di coordinazione e perfezionare alcuni gesti tecnici.

Ricordo con commozione Stefano Dal Lago e il lavoro sull’uno contro uno, il gancio, il pallonetto e il salto dell’avversario.

Ricordo Bibi Milani e le infinite ripetizioni della “farfalla”, gesto che sarebbe diventato determinante per il pareggio contro la Spagna.

E ricordo il nostro famoso “schema Brasile ’86”, provato più volte persino con palline da tennis nello spazio davanti all’albergo.

PICCOLI DETTAGLI

Ma nello sport sono spesso i piccoli dettagli a costruire le grandi vittorie.

QUELLA SERA, NELLA CAMERA 1001

Arriviamo così al giorno precedente l’inizio del Campionato.

Alle 11:00 provammo il campo per mezz’ora.

Pranzammo alle 13:00.

Dalle 14.30 alle 15.30 facemmo una breve passeggiata.

Poi tornammo nelle camere.

Io e te parlammo per un po’.

Verso le 16.30 ci addormentammo.

Quando mi svegliai erano circa le 19:00.

Avevo il viso rivolto verso la finestra.

Il sole stava tramontando, eppure una luce fortissima attraversava le tende, che erano piuttosto spesse, tanto da costringermi a socchiudere gli occhi.

Mi stropicciai il viso.

Guardai ancora.

Sulla tenda distinguevo con impressionante nitidezza una figura.

Era una Madonna.

E a me parve immediatamente la stessa immagine che avevo visto alcuni giorni prima, nascosta dietro quella tenda nello spogliatoio di Pelé al Maracanã.

Tu dormivi ancora, voltato dall’altra parte.

Ti chiamai:

“Ivo, guarda!”

Ti girasti.

Restasti a fissare la tenda.

Poi dicesti:

“Gianni… è una Madonna.”

Io risposi:

“Sì. È Nossa Senhora Aparecida.”

Non so spiegare cosa accadde in quella stanza.

Posso soltanto raccontare ciò che io e te vedemmo e ciò che provammo.

Restammo in silenzio per molto tempo.

Forse quindici minuti.

Pregammo.

E, ciascuno dentro di sé, formulammo una promessa.

Nessuno dei due disse all’altro quale fosse.

Due promesse

La tua promessa l’avrei scoperta soltanto dopo.

Avevi deciso che, se l’Italia avesse vinto il Campionato del Mondo, non saresti comparso nella fotografia ufficiale della squadra campione del mondo e non avresti assunto più un caffè per quindici anni.

Io non lo sapevo.

E infatti, dopo la vittoria, quando arrivò il momento della fotografia, tu eri scomparso.

Ti cercammo ovunque.

Facemmo aspettare i fotografi per quasi venti minuti.

La tua assenza mi preoccupò a tal punto che, per qualche istante, arrivai persino a temere che ti fosse successo qualcosa e allertai la polizia.

Alla fine dovemmo scattare la fotografia senza di te.

Io ripresi immediatamente a cercarti.

Soltanto molto tempo dopo mi raccontasti il motivo.

Avevi mantenuto la promessa.

La mia, invece, era diversa.

Avevo promesso che, se avessimo vinto il Mondiale, avrei fatto conoscere ovunque mi fosse possibile l’immagine di Nossa Senhora Aparecida.

E vincemmo il Campionato del Mondo.

Da quel momento cercai di mantenere anch’io la mia parola.

COINCIDENZE?

Rientrato in Italia ripresi il mio lavoro come Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione per aziende, banche, enti locali e scuole.

Quasi immediatamente venni chiamato presso una RSA di Francavilla Fontana, gestita da suore provenienti da diversi Paesi.

Terminato il sopralluogo per il Documento di Valutazione dei Rischi, una suora brasiliana mi si avvicinò.

Mi disse di avermi visto in televisione durante le sue ferie in Brasile.

Poi mi prese per mano.

“Venga con me.”

Mi accompagnò nella ca****la.

Accanto all’altare c’era una statua.

La riconobbi immediatamente.

Nossa Senhora Aparecida.

Rimasi senza parole.

Da allora suggerii alle RSA con cui collaboravo di procurarsi una sua immagine.

Ma la storia non era finita.

Nel 1989 divenni allenatore dell’Hockey Club Monza.

Tra i giocatori stranieri arrivò un brasiliano, Victor Santos.

Al momento della presentazione mi disse:

“Mister, mia madre ha mandato un pensierino per te.”

Immaginai un piccolo ricordo del Brasile.

Il giorno seguente mi consegnò una bustina.

Dentro c’era l’immagine di Nossa Senhora Aparecida.

Sul retro, un calendario del 1986.

C’era una dedica:

“Para o Massari.”

E una data era stata segnata in modo indelebile.

Era proprio il giorno in cui avevamo vinto il Campionato del Mondo.

Pensai che la storia si concludesse lì.

Mi sbagliavo.

Nel 1991 ricevetti una telefonata da una suora brasiliana di Canosa di Puglia.

Mi disse soltanto:

“Ho un dono per lei.”

Andai a trovarla.

Nella scuola dell’infanzia mi aspettava una statua di Nossa Senhora Aparecida alta circa sessanta centimetri.

La custodisco ancora oggi con grande cura.

Quarant’anni dopo

Sono trascorsi quarant’anni.

Non pretendo di convincere nessuno.

Non so dire dove finisca la coincidenza e dove cominci qualcosa che appartiene a una dimensione più grande di noi.

So soltanto ciò che ho vissuto.

So ciò che vidi entrando nello spogliatoio di Pelé.

So cosa accadde con quel pallone lanciato da oltre venti metri.

So ciò che tu ed io vedemmo quella sera sulla tenda della camera 1001 a Sertãozinho.

So quali promesse facemmo in silenzio.

E so che, pochi giorni dopo, diventammo Campioni del Mondo.

Da allora, ogni giorno, davanti alla piccola immagine della Madonna del Brasile, mi fermo per qualche istante.

La guardo.

Prego.

E ringrazio.

Ringrazio anche per un altro dono ricevuto in quella straordinaria avventura: averti conosciuto davvero, caro Ivo, e aver trovato in te un compagno di sport, di vita, di fede e soprattutto un amico.

Per questo, dopo tanti anni, posso ancora chiamarti come allora:

IVO, AMIGO PARA SIEMPRE.

9 agosto 2026

Gianni Massari

10/08/2026

CAPITOLO 21

PERCHÉ IN BRASILE MI NASCOSI NEL BAGNO DOPO AVER VINTO IL CAMPIONATO DEL MONDO

Dal Mondiale del 1986 alla mia ventunesima stagione con la Lazio: una storia di fede, promesse, responsabilità e appartenenza

LA FOTOGRAFIA CHE NON VOLLI FARE

Ci sono fotografie che custodiamo per tutta la vita.

E ce ne sono altre nelle quali scegliamo di non comparire.

Non perché non fossimo presenti.

Ma perché, qualche volta, un’assenza può raccontare molto più di un volto.

Quella che sto per raccontare è la storia della fotografia più importante della mia vita.

La fotografia nella quale non ci sono.

È anche il ventunesimo capitolo di questo libro.

Ventuno.

Proprio come le stagioni calcistiche che ho avuto il privilegio di vivere come Direttore Sanitario della S.S. Lazio.

In questi giorni ho effettuato ancora una volta le visite mediche per il rilascio dell’idoneità sportiva agonistica ai calciatori della Prima Squadra, della Primavera e della Lazio Women, insieme ai componenti degli staff e incontrando anche il nuovo allenatore, il simpaticissimo Mister Gennaro Gattuso.

Da ventuno stagioni nessun atleta della Lazio chiamato a svolgere attività sportiva agonistica scende in campo senza che io abbia apposto la mia firma sul suo certificato di idoneità.

Una firma.

Poche lettere tracciate con una penna.

Potrebbe sembrare un semplice atto formale.

Per me non lo è mai stato.

Dentro quella firma ci sono studio, prudenza, esperienza, coscienza e responsabilità.

Perché dietro ogni certificato non c’è soltanto un atleta.

C’è una persona.

E dietro ogni persona c’è una vita da proteggere, prima ancora di una partita da giocare.

Ventuno stagioni rappresentano ormai un lungo tratto della mia esistenza: anni di emozioni, responsabilità, vittorie, difficoltà, gioie, delusioni e, soprattutto, di appartenenza.

Per questo sento di dover ringraziare il Presidente, Senatore Claudio Lotito, per la stima, l’amicizia e la fiducia che mi ha accordato in tutti questi anni e che ho sempre cercato di ricambiare — per usare un’espressione bancaria — con gli interessi.

Un ringraziamento particolare va ai tifosi della Lazio, che mi hanno fatto arrivare il loro affetto pubblicamente e privatamente, soprattutto nei momenti più difficili.

Ci sono messaggi che sembrano poche righe e invece diventano una mano sulla spalla.

Mi hanno dato forza e mi hanno ricordato quanto profondo possa essere il legame tra chi ama gli stessi colori.

Dedico quindi queste pagine alle persone che mi vogliono bene e desiderano conoscermi un po’ più profondamente, ma in modo particolare alla Lazio, ai suoi meravigliosi tifosi, alla squadra, allo staff, ai colleghi e a Mister Gattuso, con l’augurio che questa nuova stagione possa regalarci serenità, unità e grandi soddisfazioni.

Molti anni fa i campioni della Nazionale italiana di hockey su pista mi chiamavano affettuosamente:

“L’Undicesimo”.

Oggi, nella Lazio, qualcuno mi ha definito “un numero uno” e persino “una leggenda”.

Sono parole che accolgo con emozione, gratitudine e anche con un sorriso.

Perché nello sport nessuno è davvero un numero uno da solo.

Ogni successo nasce da una squadra.

Dalla fiducia.

Dal sacrificio.

Dalla capacità di sentirsi parte di qualcosa che viene prima di noi e che, qualche volta, è persino più grande di noi.

Ed è proprio di appartenenza, fede e gratitudine che parla questa storia.

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SERTÃOZINHO, BRASILE. 1986

Nel settembre del 1986 mi trovavo a Sertãozinho, in Brasile, con la Nazionale italiana di hockey su pista.

Ero il primo medico federale nella storia della Federazione Italiana Hockey e Pattinaggio.

La nostra Nazionale era guidata da un Commissario Tecnico di grande valore: Gianni Massari, con il quale avevamo già condiviso importanti successi internazionali nelle rappresentative giovanili e senior.

Ma per i giocatori io non ero soltanto il medico.

Ero, appunto, “l’Undicesimo”.

Quella definizione valeva per me più di qualsiasi incarico scritto su una carta.

Significava che mi consideravano uno di loro.

Parte della squadra.

Parte dello spogliatoio.

Parte delle loro speranze e delle loro paure, delle fatiche, delle tensioni e dei sogni che accompagnano ogni grande impresa.

L’Italia non vinceva un Campionato del Mondo da trentatré anni.

Eravamo arrivati in Brasile sapendo di avere una squadra forte.

Ma nello sport essere forti non basta.

Servono preparazione, disciplina, coraggio, tecnica, coordinazione, tattica, motivazione, capacità di soffrire.

E serve qualcosa che nessun medico può prescrivere, nessun allenatore può imporre e nessuna tabella può misurare:

la fiducia.

Fu proprio in quei giorni che accadde qualcosa che ancora oggi, dopo tanti anni, custodisco nella parte più intima della mia coscienza.

Un episodio che racconto con rispetto, senza pretendere di dimostrare nulla a nessuno.

Perché la fede non si dimostra.

Non si impone.

Si vive.

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QUELLA FIGURA ALLA FINESTRA

Un pomeriggio io e Gianni Massari ci eravamo messi a riposare.

Pregavamo.

E speravamo.

La tensione per il Mondiale era enorme e il desiderio di riportare finalmente l’Italia sul tetto del mondo accompagnava ogni nostra giornata.

A un certo punto Gianni, che si era svegliato pochi istanti prima di me, richiamò improvvisamente la mia attenzione.

Guardai anch’io.

Vicino alla finestra ci parve di vedere una figura femminile.

Materna.

Silenziosa.

Luminosa.

La cosa che ancora oggi mi colpisce è che fummo in due, nello stesso momento, a volgere lo sguardo verso la stessa immagine.

Se fossi stato solo, probabilmente avrei pensato a un gioco di luce.

A un riflesso.

Alla stanchezza.

Alla suggestione provocata dalla tensione e dalla preghiera.

Ma non ero solo.

Eravamo in due.

Ancora oggi mi sembra di rivederla.

Un manto verde scuro.

Una figura raccolta, quasi impressa sulla finestra.

E dietro, la luce del sole che sembrava irradiarla.

Non udimmo parole.

Nessun messaggio.

Nessuna voce.

Eppure avvertimmo entrambi qualcosa di profondamente materno e rassicurante.

Per noi fu la Madonna.

Gianni la identificò con Nossa Senhora Aparecida, la Patrona del Brasile, la cui immagine aveva già avuto modo di vedere.

Non pretendo che chi legge debba credere alla nostra interpretazione.

Ognuno è libero di pensare ciò che sente: un segno, una visione, un riflesso della luce, una suggestione nata dall’emozione e dalla preghiera.

Io posso testimoniare soltanto ciò che provai.

Una pace profonda.

Una pace simile a una carezza.

Come se, per qualche istante, la paura di non farcela fosse stata sostituita dalla sensazione che qualcuno ci stesse accompagnando.

Fu in quel momento che feci una promessa.

Un fioretto.

Se l’Italia avesse vinto il Campionato del Mondo, non avrei partecipato alla fotografia ufficiale della squadra campione.

Può sembrare una promessa strana.

Anzi, lo era.

Dopo trentatré anni di attesa, dopo settimane di tensione, dopo aver condiviso ogni allenamento, ogni problema e ogni emozione con quei ragazzi, proprio io avrei dovuto rinunciare all’immagine destinata a immortalare l’impresa.

Ma un fioretto, almeno per come lo intendo io, deve costare qualcosa.

Se non costa nulla, non è una rinuncia.

È soltanto una frase.

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L’ITALIA COMINCIÒ A VINCERE

E l’Italia cominciò a vincere.

Una partita dopo l’altra.

La speranza diventava convinzione.

Poi quasi certezza.

Fino a quando conquistammo il titolo mondiale addirittura con due giornate di anticipo.

CAMPIONI DEL MONDO!

Dopo trentatré anni.

Ricordo l’esplosione di gioia.

Gli abbracci.

Le urla.

Gli occhi lucidi.

Quei ragazzi avevano scritto una pagina della storia dello sport italiano.

Ma, durante quella straordinaria avventura brasiliana, accadde anche qualcosa di molto diverso da un risultato sportivo.

E che per me vale quasi quanto quella medaglia.

Ero riuscito, attraverso il dialogo, l’affetto e forse quella naturale inclinazione a entrare in relazione con le persone che mi ha accompagnato per tutta la vita, a coinvolgere circa duecento ragazzi brasiliani.

Prepararono una coreografia e cominciarono a tifare per noi.

Immaginate la scena.

Duecento giovani brasiliani che, in Brasile, durante Brasile-Italia, tifavano per l’Italia.

Il palazzetto si trasformò.

Le televisioni ripresero quelle immagini e persino la stampa brasiliana finì per tirarmi, naturalmente con simpatia, un po’ le orecchie.

Ero riuscito, in qualche modo, a creare una piccola curva azzurra in casa loro.

Non avevo promesso nulla a quei ragazzi.

Non avevo offerto privilegi.

Avevo soltanto parlato con loro, scherzato, ascoltato, sorriso.

Avevo cercato di farli sentire parte della nostra avventura.

E loro ci avevano regalato il proprio entusiasmo.

Anche quella, a modo suo, fu una vittoria.

Ma tra quei ragazzi ce n’era uno destinato a rimanere per sempre nella mia memoria.

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IL BAMBINO SCALZO

Aveva una decina d’anni.

Era poverissimo.

E amava l’hockey.

Ogni giorno percorreva una distanza enorme, quasi venti chilometri, a piedi e scalzo, soltanto per raggiungere il palazzetto.

E ogni giorno il suo viaggio terminava davanti a una porta chiusa.

Non aveva il biglietto.

Non poteva entrare.

Eppure tornava.

Il giorno dopo.

E poi ancora.

Con la stessa speranza.

E con la stessa delusione.

Non chiedeva denaro.

Non chiedeva regali.

Voleva semplicemente vedere da vicino quello sport che amava.

A un certo punto si accorse di lui il nostro capitano, Pino Marzella.

Pino la povertà l’aveva conosciuta davvero.

Forse proprio per questo seppe leggere negli occhi di quel bambino qualcosa che altri non avevano visto.

Non si limitò a procurargli un biglietto.

Fece molto di più.

Gli comprò ciò che gli serviva.

Le scarpe.

I pattini.

Il bastone.

L’occorrente per poter finalmente provare a inseguire il suo sogno.

Poi lo fece entrare nel palazzetto come mascotte della Nazionale italiana.

Io ricordo ancora quel bambino avanzare accanto ai nostri campioni.

Fino al giorno prima era rimasto fuori dalla porta.

Adesso entrava quasi trionfante.

Appena mise i pattini ai piedi cominciò a scivolare sulla pista con una felicità difficile da raccontare.

Come se quei pattini lo avessero aspettato da sempre.

Guardandolo capii una cosa che non ho più dimenticato:

si può diventare campioni del mondo anche prima di vincere una finale.

Basta accorgersi di un bambino rimasto fuori dalla porta.

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“DOV’È IVO?”

Poi arrivò il momento della fotografia ufficiale.

Quella fotografia.

I giocatori si sistemarono.

I tecnici si avvicinarono.

I dirigenti presero posto.

Era l’immagine destinata a entrare nei giornali, negli archivi federali, nei libri.

L’Italia campione del mondo dopo trentatré anni.

Cominciarono a cercarmi.

“Dov’è Ivo?”

“Dov’è il dottore?”

“Chiamate l’Undicesimo!”

Io sapevo esattamente dove dovevo andare.

Mi nascosi nel bagno.

Ancora oggi sorrido pensando alla scena.

Fuori mi cercavano per immortalare uno dei momenti più importanti della nostra vita sportiva.

Io ero chiuso in un bagno.

Solo.

In silenzio.

Con il cuore pieno di felicità.

E di gratitudine.

Avrei potuto uscire.

Avrei potuto dirmi che, in fondo, nessuno era a conoscenza della mia promessa.

Avrei potuto pensare che una fotografia non avrebbe cambiato nulla.

Ma c’era una persona che lo avrebbe saputo.

Io.

E questo bastava.

Rimasi lì.

La fotografia fu scattata.

E così, nell’immagine ufficiale dell’Italia campione del mondo del 1986, il medico non c’è.

Non c’è “l’Undicesimo”.

Eppure, paradossalmente, ogni volta che guardo quella fotografia sento di essere presente più che mai.

Ero nei muscoli che avevo curato.

Nelle paure che avevo cercato di allontanare.

Negli aspetti psicologici che avevamo affrontato insieme.

Nelle parole dette prima delle partite.

Nei silenzi dello spogliatoio.

Nei sorrisi di quei duecento ragazzi brasiliani.

Nell’abbraccio di una squadra che aveva restituito all’Italia un titolo atteso da trentatré anni.

Ed ero anche negli occhi felici di quel bambino che, dopo aver percorso chilometri a piedi scalzi, era finalmente entrato nel palazzetto con le scarpe, i pattini, un bastone e soprattutto un sogno che, all’improvviso, non sembrava più impossibile.

Quella mia assenza è diventata una delle presenze più significative della mia vita.

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DUE ANNI DOPO

Nel 1988 arrivò un altro regalo.

A La Coruña, in Spagna, l’Italia vinse nuovamente il Campionato del Mondo.

Due titoli consecutivi.

Due imprese straordinarie.

La consacrazione di una generazione di campioni e la conferma del valore di Gianni Massari, degli atleti e di tutto il gruppo che lavorava intorno alla Nazionale.

Per me significò anche un’altra cosa.

Capii che la gratitudine non può esaurirsi nell’istante in cui riceviamo ciò che abbiamo chiesto.

Una promessa deve continuare a vivere.

Da allora settembre diventò per me il mese dei fioretti.

Per vent’anni rinunciai perfino al caffè.

Può sembrare poca cosa.

Ma chi conosce il peso delle nostre piccole abitudini quotidiane sa che sono proprio le rinunce apparentemente insignificanti, quando vengono ripetute giorno dopo giorno, a ricordarci il valore di una promessa.

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L’UNDICESIMO DIMENTICATO

Molti anni dopo lessi una ricostruzione di quella vittoria.

Il mio nome non c’era.

Confesso che provai un po’ di amarezza.

Scrissi allora a Paolo Ragazzi, viceallenatore di quella Nazionale:

«Caro Paolo, mi dispiace che tu ti sia distratto o abbia dimenticato l’“Undicesimo”, il primo medico federale nella storia della FIHP. In Brasile, a Sertãozinho, non volli partecipare alla fotografia ufficiale per un fioretto sacro. Ma credo di meritare almeno una menzione, visto che i campioni mi chiamano ancora l’Undicesimo».

Non cercavo una medaglia.

E certamente non pretendevo il centro di quella fotografia dalla quale ero stato io stesso a scegliere di assentarmi.

Desideravo soltanto che non venisse dimenticato il lavoro silenzioso di chi, nello sport come nella vita, opera spesso lontano dai riflettori.

Perché un medico non segna gol.

Non alza il bastone al cielo dopo una rete.

Raramente compare nell’immagine decisiva.

Ma ascolta.

Osserva.

Conosce il respiro di un atleta.

Impara a conoscerne il carattere.

Le paure.

Le fragilità.

Cura le ferite che si vedono e, qualche volta, cerca di aiutare anche quelle che non si vedono.

Deve capire quando occorre una medicina e quando, invece, servono soltanto una parola, una mano sulla spalla o la capacità di restituire fiducia.

Perché qualche volta il compito del medico è rimettere in piedi un uomo, non soltanto un corpo.

Ed è forse anche per questo che continuo a sentirmi “l’Undicesimo”.

Non perché fossi indispensabile.

Nessuno lo è.

Ma perché ebbi il privilegio di appartenere a quella squadra.

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DALL’UNDICESIMO ALLA LAZIO

È lo stesso sentimento che provo ancora oggi.

Sono passati quarant’anni da quel Mondiale.

Sono cambiate le divise.

Sono cambiati gli sport.

Sono cambiati gli atleti.

Ma non è cambiato il significato che attribuisco alla parola appartenenza.

Da ventuno stagioni, ogni volta che entro a Formello, incontro un calciatore, gli misuro la pressione, ne ascolto il cuore, osservo un tracciato, valuto un esame e infine appongo la mia firma su un certificato di idoneità, sento la stessa responsabilità.

Quella firma non significa soltanto:

“Puoi giocare”.

Per me significa:

“Ho fatto tutto ciò che era nelle mie possibilità e nelle mie competenze per proteggere la tua salute.”

Prima viene l’uomo.

Poi viene l’atleta.

E soltanto dopo viene la partita.

Forse è questo il filo invisibile che unisce Sertãozinho a Formello.

Il giovane medico chiamato “l’Undicesimo” e l’uomo che, tanti anni dopo, vive la sua ventunesima stagione con la Lazio sono, in fondo, la stessa persona.

Con qualche capello bianco in più.

Molte esperienze in più.

Ma con la stessa convinzione:

che nello sport, come nella vita, non conta soltanto arrivare primi.

Conta come ci si arriva.

Conta chi abbiamo aiutato durante il viaggio.

Conta chi abbiamo protetto.

Conta chi non abbiamo lasciato fuori dalla porta.

E contano le promesse che siamo stati capaci di mantenere anche quando nessuno ci stava guardando.

La fotografia del 1986 non conserva il mio volto.

Conserva la mia promessa.

Ed è per questo che, ogni volta che la guardo, non provo il dispiacere di non esserci.

Provo la gioia di sapere perché non ci sono.

Forse, in fondo, le promesse più autentiche sono proprio così.

Non hanno bisogno di essere fotografate.

Non hanno bisogno di applausi.

Non hanno bisogno di testimoni.

Hanno soltanto bisogno di essere mantenute.

Buona stagione alla mia Lazio.

Che il lavoro, l’unità, la responsabilità, il cuore e la fiducia possano accompagnarci verso i risultati che questa squadra e i suoi meravigliosi tifosi meritano.

Forza Lazio, sempre.

Ivo Pulcini
Direttore Sanitario S.S. Lazio

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