Natalia - Counselor del benessere
Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Natalia - Counselor del benessere, Via del Poggio 8, Gorizia.
Aiuto le donne a conoscere i loro bisogni e a prendersene cura attraverso le attività di Pilates, Counseling, Artiterapia; a non perdersi ma a scegliere se stesse nelle relazioni.
E se dopo l’incontro di counseling individuale o di gruppo, capirai che la persona che non vede l’ora di conoscere sempre più a fondo e quelle che vede allo specchio ogni giorno sei tu, perché counseling anche questo: un viaggio dentro di te, in cui scoprirai che la persona più interessante della tua vita sei tu e che non c’è incontro più bello di quello con te stessa.
12/10/2026
FORSE NON TI MANCANO le risposte, ma uno spazio per riuscire a trovarle? 🌿
Ci sono momenti in cui ti senti a un bivio. Sai che qualcosa deve cambiare, ma non sai da dove cominciare. Vorresti prendere una decisione, ritrovare te stessa, migliorare una relazione o affrontare un cambiamento, ma ti senti confusa.
Può succedere in una crisi di coppia, durante un conflitto, in una fase di cambiamento personale o quando, anche dopo tanti anni, ti chiedi: «E adesso, cosa desidero davvero per me?»
È qui che può essere utile il counseling. 🤍
Il counseling è un percorso di ascolto e riflessione che ti aiuta a fare chiarezza, comprendere meglio ciò che stai vivendo e riconoscere le risorse che già possiedi.
Il counselor è un professionista formato all’ascolto e alla relazione d’aiuto. Non decide al posto tuo, non ti dice come devi vivere e non ti consegna soluzioni preconfezionate. Ti accompagna a guardare la tua situazione da prospettive nuove, per individuare possibilità e scelte più consapevoli.
Il counseling non è psicoterapia e non sostituisce un percorso psicoterapeutico quando necessario.
✨ Non devi avere tutte le risposte prima di chiedere aiuto.
A volte, per ritrovare la propria strada, basta iniziare da una domanda, in uno spazio in cui sentirsi ascoltati senza giudizio.
ConTattoClub – non solo Pilates
Colloqui di counseling individuale e di gruppo.
🌸 Ti accompagno verso la tua autonomia.
10/10/2026
Ti piacerebbe fare parte di un gruppo di donne che, pur avendo storie, età, risorse e difficoltà molto diverse, sembrano condividere una domanda relazionale comune: come posso essere me stessa, mostrare ciò che provo e avere bisogno dell'altro senza sentirmi giudicata, rifiutata, invadente o costretta a rinunciare a una parte di me? Se si, ti aspettiamo al nostro secondo incontro del gruppo “L'ora del tè con Natascha”.
03/10/2026
Forse non siamo stanche della vita.
Forse siamo stanche di doverla sempre mandare avanti.
Di lavorare, organizzare, occuparci degli altri, risolvere problemi, ricordarci di tutto. Di essere quelle che ce la fanno sempre.
E poi arriva un giorno libero e ci accorgiamo che non sappiamo nemmeno più cosa fare con noi stesse.
Potremmo uscire, ma non ne abbiamo voglia.
Potremmo fare qualcosa di bello, ma ci sembra troppo complicato.
Potremmo leggere, viaggiare, andare a cena, vedere un film… e dentro di noi compare subito quella voce:
«Sì, ma a che serve?»
Forse perché abbiamo imparato molto bene a fare ciò che dobbiamo fare e molto meno bene ad ascoltare ciò che desideriamo.
E poi c’è un bisogno ancora più difficile da ammettere.
Anche le donne forti hanno voglia, qualche volta, di essere accudite.
Di essere abbracciate.
Di avere qualcuno con cui parlare senza dover dire qualcosa di importante.
Di poter essere stanche, fragili, persino un po’ capricciose.
Di poter dire: «Oggi pensaci tu. Io mi fermo un attimo».
Non significa essere deboli.
Non significa non essere autonome.
Significa semplicemente che nessuno è fatto per bastare completamente a se stesso.
E forse non dobbiamo risolvere tutto subito.
Forse possiamo cominciare molto più in piccolo.
Uscire a fare due passi senza una meta.
Prendere quel dolce che ci piace.
Leggere un libro che non ci insegnerà assolutamente nulla.
Accettare un invito.
Telefonare a qualcuno.
Lasciarci abbracciare.
Riposare senza sentirci in colpa.
Piccole cose, apparentemente insignificanti.
Ma forse è proprio da lì che ricominciamo a sentire qualcosa.
Non dobbiamo aspettare di avere una vita completamente diversa per iniziare a viverla.
E se in questo momento qualcuna di noi si sente sola, svuotata, senza entusiasmo o con la sensazione di essersi persa un po’ per strada, vorrei dirle:
non sei strana. Non sei sbagliata. E non sei l’unica.
Forse sei semplicemente una donna che ha dato moltissimo e che sta imparando, finalmente, a chiedersi:
«E io? Di che cosa ho bisogno?»
E forse la risposta non deve essere grande.
Può cominciare da una cosa piccolissima.
Da un desiderio.
Da un «mi va».
Da un «oggi non devo».
Da un «questa cosa mi fa stare bene».
E, passo dopo passo, anche da lì può ricominciare la vita. ❤️
30/09/2026
“Ti amo, ma non posso vivere al posto tuo.”
Ci sono amori in cui, a un certo punto, ci accorgiamo di essere diventati sentinelle.
Controlliamo come sta l’altro.
Anticipiamo i suoi bisogni.
Cerchiamo le parole giuste per non farlo stare male.
Ci preoccupiamo delle sue scelte, delle sue emozioni, delle sue cadute.
E lo facciamo perché amiamo.
Ma, lentamente, può accadere qualcosa di doloroso: cominciamo a vivere la vita dell’altro e smettiamo di vivere la nostra.
Melody Beattie, parlando di codipendenza, ci invita a riconoscere una verità semplice e, a volte, difficile da accettare:
io sono responsabile della mia vita.
Tu sei responsabile della tua.
Posso amarti.
Posso ascoltarti.
Posso esserci.
Posso tenderti la mano.
Ma non posso camminare al posto tuo.
Non posso guarire le tue ferite.
Non posso prendere le tue decisioni.
Non posso evitare che tu faccia le tue esperienze.
E soprattutto, non posso perdere me stesso nel tentativo di salvare te.
Il distacco, allora, non è smettere di amare.
È smettere di controllare.
È fare un passo indietro e chiedermi:
“E io, come sto?”
Una domanda semplice, ma che per chi è abituato a occuparsi sempre dell’altro può diventare rivoluzionaria.
Da una prospettiva gestaltica, potremmo dire: torna a te.
Torna al corpo.
Al respiro.
A quello che senti qui e ora.
Dove finisco io e dove cominci tu?
Cosa appartiene a me e cosa appartiene a te?
Sto agendo per amore o per paura?
Paura di perderti.
Paura che tu stia male.
Paura di non essere abbastanza.
Paura che, se smetto di prendermi cura di te, tu non abbia più bisogno di me.
Ma essere amati non significa essere indispensabili.
E forse questa è una delle cose più difficili da imparare.
A volte amare significa anche lasciare che l’altro faccia il proprio percorso.
Non perché non ci importa.
Ma perché ci importa abbastanza da rispettare la sua libertà e, nello stesso tempo, la nostra.
Posso amarti profondamente.
Posso desiderare il tuo bene.
Posso camminarti accanto.
Ma non posso vivere al posto tuo.
E tu non puoi vivere al posto mio.
Forse è proprio in questo spazio — tra me e te, senza confonderci, senza salvarci, senza possederci — che l’amore può tornare a essere incontro.
Non due persone che si perdono l’una nell’altra.
Ma due persone che, rimanendo se stesse, si scelgono.
30/09/2026
E se il problema non fosse avere bisogno degli altri, ma non riuscire più a sentire te stesso?
«Sto facendo bene?»
«Secondo te ho fatto la scelta giusta?»
«Tu cosa faresti al posto mio?»
Sono domande che ho incontrato molte volte nei colloqui individuali e nei gruppi.
A volte arrivano da persone che, viste da fuori, sembrano sicure, autonome, perfettamente capaci di affrontare la propria vita.
Eppure, dentro, c’è una continua ricerca di conferme.
Come se il proprio sentire avesse bisogno del permesso di qualcun altro per diventare vero.
Nel lavoro con queste persone, spesso mi accorgo che il punto non è semplicemente la «mancanza di autostima».
C’è qualcosa di più sottile.
A un certo punto della propria storia, si è imparato a guardarsi attraverso gli occhi degli altri.
E così, prima ancora di chiedersi:
«Che cosa sento io?»
si comincia a chiedersi:
«Che cosa dovrei sentire?»
In Gestalt, questo passaggio è importante: tornare al contatto con la propria esperienza presente.
Non significa smettere di ascoltare gli altri.
Non significa diventare impermeabili alle opinioni altrui.
Significa imparare a riconoscere la differenza tra chiedere un confronto e cercare nell’altro la conferma di poterci fidare di noi stessi.
Una cosa che propongo spesso è molto semplice.
La prossima volta che senti il bisogno di chiedere:
«Secondo te, sto facendo bene?»
fermati un momento.
Respira.
E prima di cercare una risposta fuori, prova a chiederti:
«Io, adesso, che cosa sento?»
Non che cosa sarebbe giusto sentire.
Non che cosa gli altri si aspettano.
Non quale risposta sarebbe più rassicurante.
Che cosa sento, qui e ora?
Da lì può iniziare qualcosa di nuovo.
Non la certezza di fare sempre la scelta giusta.
Ma la possibilità di esserci, dentro le proprie scelte, con maggiore consapevolezza.
E forse la fiducia in sé non nasce quando finalmente smettiamo di avere bisogno degli altri.
Nasce quando possiamo ascoltarli senza smettere di ascoltare noi stessi.
29/09/2026
Perché prendere una decisione diventa così difficile?
Ci sono persone che arrivano in colloquio dicendo:
«Lo so che devo decidere. È che non riesco.»
E spesso, mentre le ascolto, mi accorgo che quella che chiamiamo “indecisione” non è affatto assenza di una risposta.
Dentro ci sono due, o più, parti che stanno cercando contemporaneamente di farsi ascoltare.
Una dice: «Vai, è quello che desideri.»
L’altra risponde: «Sì, ma se poi sbagli?»
Una guarda verso ciò che potrebbe accadere.
L’altra cerca di proteggerci da ciò che potrebbe andare storto.
Nel lavoro individuale, così come nei gruppi, mi capita di vedere quanto possa essere faticoso rimanere in questo spazio sospeso. Cerchiamo informazioni, chiediamo pareri, immaginiamo tutti gli scenari possibili… e qualche volta finiamo per allontanarci proprio da ciò che sentiamo.
Per questo, quando una persona è bloccata davanti a una scelta, mi interessa meno chiederle «Qual è la decisione giusta?» e più accompagnarla a osservare che cosa le accade mentre pensa a quella decisione.
Che cosa senti nel corpo quando immagini di scegliere?
Ti senti più aperto o più contratto?
Cosa ti spaventa dell’una e dell’altra possibilità?
E cosa stai cercando di non perdere?
Non sono domande che servono a trovare rapidamente una risposta.
Servono, prima di tutto, a tornare in contatto con sé.
Perché a volte la difficoltà non sta nello scegliere tra A e B.
Sta nel voler essere sicuri, prima ancora di scegliere, che quella sarà la scelta giusta.
Ma la certezza, nelle decisioni importanti, raramente arriva prima del passo.
Possiamo raccogliere informazioni, ascoltare gli altri, prenderci tempo. Ma a un certo punto resta qualcosa che nessuna analisi può fare al posto nostro: sentire quale direzione, in quel momento della nostra vita, ci appartiene di più.
E forse una decisione non diventa più facile quando smettiamo di avere paura.
Diventa più possibile quando riusciamo ad ascoltare anche quella paura, senza lasciarle necessariamente l’ultima parola.
27/09/2026
«Perché continuo a controllare il telefono aspettando una risposta?»
Durante un lavoro di gruppo, una persona racconta:
«Continuo a guardare il telefono.
Controllo se ha scritto.
Poi lo rimetto giù.
Dopo qualche minuto lo riprendo.
Niente.
E allora penso: perché non mi scrive?
Forse ho detto qualcosa di sbagliato.
Forse si è offeso.
Forse non gli interessa più.
Forse c’è qualcosa che non va.»
Mentre ne parla, nel gruppo cala per un momento il silenzio.
Perché quella scena, in modi diversi, la conoscono in molte.
E allora proviamo a fermarci proprio lì.
Non sulla domanda: «Perché non risponde?»
Ma su un’altra:
«Che cosa succede dentro di te mentre aspetti?»
La persona chiude gli occhi per qualche istante.
Arrivano l’ansia.
L’agitazione.
Un senso di vuoto.
E poi, più sotto, qualcosa di ancora più delicato:
la paura.
Paura di essere dimenticata.
Di essere rifiutata.
Di essere abbandonata.
Di aver deluso l’altro.
Di non essere abbastanza.
E allora il telefono diventa quasi uno strumento per cercare di placare quella paura.
Controllo, così magari trovo una risposta.
Se trovo una risposta, finalmente saprò.
Se so, forse posso stare tranquilla.
Ma c’è un punto interessante.
Forse non stiamo cercando davvero un messaggio.
Stiamo cercando di non sentire quello che accade dentro di noi quando quel messaggio non arriva.
È una dinamica che può avere a che fare anche con il bisogno di controllo e con quelle modalità relazionali che Melody Beattie ha esplorato parlando di codipendenza: il tentativo di gestire ciò che appartiene all’altro — i suoi tempi, le sue reazioni, le sue scelte — per poter finalmente sentirsi al sicuro.
Ma l’altro non lo possiamo controllare.
Possiamo però tornare a noi.
Nel gruppo abbiamo allora fatto una piccola esperienza.
La prossima volta che arriva l’impulso di prendere il telefono, provare ad aspettare qualche istante prima di farlo.
Non per imporsi di essere forti.
Non per fare un esercizio di volontà.
Solo per fermarsi e chiedersi:
«Cosa sto sentendo?»
«Cosa temo stia succedendo?»
«Cosa penso che questa mancata risposta dica di me?»
«Di cosa avrei bisogno, proprio adesso?»
A volte, dietro quel gesto apparentemente piccolo — prendere il telefono per l’ennesima volta — c’è una parte di noi che sta chiedendo:
«Mi rassicuri che non mi lascerai?»
«Mi confermi che vado bene?»
«Mi dici che sono ancora importante?»
E forse è proprio quella parte che merita di essere ascoltata.
Perché il lavoro non è semplicemente smettere di controllare il telefono.
È imparare, poco alla volta, a rimanere accanto a noi stessi anche quando l’altro tace.
E allora la domanda cambia.
Non più:
«Perché non mi risponde?»
Ma:
«Cosa succede dentro di me quando l’altro non risponde?»
A volte, è da questa domanda che comincia qualcosa di nuovo.
27/09/2026
“Oddio… e se fossi diventata ansiosa?”
Forse anche tu lo pensi qualche volta.
Una notte dormi male.
Hai la testa che corre.
Ti senti più irritabile del solito.
Il cuore accelera per un attimo.
Fai fatica a staccare dai pensieri.
E subito arriva la domanda:
“Che cosa mi sta succedendo? Sarà ansia?”
Prima di dare un nome a quello che senti, però, io ti inviterei a fare un passo indietro.
È probabile che non sei “diventata ansiosa”.
Sei semplicemente stanca.
Sei sotto pressione.
Stai vivendo un periodo pieno.
C’è qualcosa che ti preoccupa.
Oppure stai attraversando un cambiamento che richiede più energie di quanto pensassi.
Nel counseling gestaltico mi interessa molto questo passaggio: non fermarmi soltanto all’etichetta, ma incontrare la persona e ascoltare ciò che sta vivendo, qui e ora.
Perché anche il corpo parla.
I pensieri parlano.
Le emozioni parlano.
E non tutto ciò che sentiamo deve necessariamente diventare un problema da risolvere.
Anzi, a volte la preoccupazione per “avere qualcosa” finisce per aggiungere altra preoccupazione a quella che già c’era.
Quindi, la prossima volta che ti viene da pensare:
“Oddio, sono ansiosa…”
prova a cambiare domanda.
Non:
“Che cosa ho?”
Ma:
“Che cosa mi sta succedendo?”
E soprattutto:
“Di che cosa ho bisogno, proprio adesso?”
Forse di fermarti.
Forse di riposare.
Forse di mettere un confine.
Forse di dire finalmente quel “no” che continui a rimandare.
O forse di chiedere aiuto e dare a quello che senti uno spazio più profondo.
Perché ascoltarsi non significa preoccuparsi di più.
Significa imparare a stare dalla propria parte. 🤍
E questa, per me, è già una forma di cura.
26/09/2026
ANSIA IMPROVVISA?
PRIMA DI CERCARE UNA SPIEGAZIONE, PROVA QUESTO
Ci sono momenti in cui l’ansia arriva forte, anche fisicamente.
Il cuore accelera, il respiro cambia, il corpo si tende e la mente cerca subito una spiegazione:
“Cosa mi sta succedendo?”
“Perché mi sento così?”
Ma quando l’intensità è alta, non è detto che sia utile concentrarsi ancora di più su ogni sensazione.
Ascoltare non significa fissarsi sull’ansia.
A volte può essere più utile riportare delicatamente l’attenzione a ciò che ci circonda: sentire i piedi appoggiati a terra, guardare gli oggetti intorno a noi, contare, concentrarci su qualcosa di concreto, ritrovare un ritmo più tranquillo.
Quando l’intensità si abbassa, possiamo eventualmente fermarci e chiederci:
“Che cosa stava succedendo dentro di me?”
“Di cosa avevo bisogno in quel momento?”
Non per trovare a tutti i costi una spiegazione e nemmeno per combattere ciò che sentiamo.
Ma per imparare, con gradualità, a stare un po’ più in contatto con la nostra esperienza.
A volte il primo passo non è capire. È ritrovare un po’ di terra sotto i piedi.
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